Ci sono alcuni vini che sono alla continua ricerca di un’identità. Del corretto posizionamento, del proprio angolo di mondo, della propria collocazione all’interno dell’universo enoico. E poi ci sono vini che quell’identità l’hanno già trovata da parecchio tempo. Vini che sono estremamente caratterizzati, radicati alla propria terra, alla propria storia e alle persone che quella storia hanno contribuito a realizzarla col loro lavoro, la loro passione, la loro audacia. Sarebbe quindi il caso di aiutare quei vini che rientrano nella prima categoria nella difficile ricerca che stanno intraprendendo, mentre i secondi avrebbero solo bisogno di una maggiore protezione e magari di un po’ di comunicazione ben mirata in più

 

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Secondo voi il Chianti Classico a quale delle due categorie appartiene? A mio, sempre modestissimo, parere quel vino di Sangiovese che viene prodotto nel triangolo d’oro incastonato fra Siena e Firenze una sua identità ce l’ha già ed è ben definita. Talmente ben definita da aver sviluppato nel tempo qualcosa che va al di là dell’identità di denominazione e si radica maggiormente nella terra pietrosa delle colline chiantigiane. Un’identità locale, più ristretta, a livello comunale per cominciare, per non scendere poi fino ai singoli versanti o, per meglio dire, ai singoli areali a caratteristiche pedoclimatiche analoghe perché in questa zona più che in tante altre è proprio la terra ad imprimere il marchio più rilevante sul vino. Un vino che ha subito l’attacco della barrique e della concentrazione, soccombendo all’inizio per rinascerne ancora più veracemente toscano

 

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Non bisogno avere paura ad adottare le buone pratiche implementate in altre realtà. Se in altri posti determinati accorgimenti hanno portato ad ottenere ottimi risultati non bisogna vergognarsi di prenderne spunto, anzi, dovrebbe essere un meccanismo… per un vino così radicalmente attaccato alla propria terra come il Chianti, così fortemente influenzato dal luogo di provenienza, forse una maggiore tracciabilità anche in etichetta non sarebbe stata una cattiva idea. Dare la possibilità ad ogni produttore di esporre in etichetta la denominazione comunale, magari insieme a quella dello specifico cru di provenienza avrebbe probabilmente aiutato ad aumentare il valore percepito dal cliente. Un intervento di questo tipo, ispirandosi in parte al sistema borgognone di denominazione avrebbe probabilmente fatto bene all’intero movimento così come al territorio stesso, le cui peculiarità sarebbero state valorizzate ancora di più

 

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Che vantaggio porta invece l’introduzione della Gran Selezione? Forse che quei 6 mesi di affinamento in più in legno cambino radicalmente la natura del prodotto? Forse che le attuali Gran Selezione presentate in occasione dell’ultima edizione della Chianti Classico Collection non siano in realtà riserve cui è stata cambiata l’etichetta? E ora la Riserva che interesse commerciale ha ancora di esistere? Nella pratica temo che si assisterà semplicemente alla sostituzione di un menzione ormai nota e a cui il pubblico internazionale era accostumato come la Riserva per essere sostituita da un’altra senza nessuno storico alle spalle e che necessiterà di tempo per essere assimilata. Ora, questo intervento vi sembra a favore o a discapito dei produttori che per anni hanno impostato un’opera di educazione del cliente straniero, riuscendo infine a fargli percepire il valore intrinseco in una bottiglia di Chianti Classico?

 

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Ma queste sono mie personalissime riflessioni, per fortuna condivise da non pochi altri appassionati e professionisti del settore, che temo avranno poco riscontro da parte di un Consorzio che attualmente sembra alquanto confuso. Il che è un vero peccato, visto la bellezza dell’evento fiorentino che da alcuni anni presente in anteprima al pubblico internazionale di operatori del settore il meglio della nuova produzione di Chianti Classico. La Stazione Leopolda sembra pensata appositamente per ospitare l’evento che raccoglie oltre 150 aziende produttrici del pregevole vino toscano, permettendo ai presenti di costruirsi una panoramica quanto mai completa ed esaustiva delle nuove annate

 

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Quest’anno purtroppo sono riuscito a liberarmi da lavoro solo mezza giornata e di conseguenza ho avuto la possibilità di assaggiare solo alcune delle bottiglie presenti. Per fortuna l’ho fatto in ottima compagnia, condividendo le impressioni di degustazione con un validissimo e giovane enologo sudafricano che a Greve in Chianti ha ormai messo radici. L’idea generale del Chianti Classico 2012, il cosiddetta annata, è stata quella di un vino estremamente vivace e vivido, dotato di buona acidità e spesso di convincente trama tannica. Profumi generalmente orientati sul frutto croccante, con qualche deriva balsamica interessante. Ad oggi forse i vini più pronti risultano essere i Chianti Classico 2011, così come le riserve 2010, che iniziano ad esprimere appieno il proprio potenziale gustativo

 

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Note di merito per il Riserva Caparsino 2010 di Caparsa, un vino austero e sincero, verace, fresco, forse un filino magro, ma estremamente bello, oserei dire efebico per la sua naturale delicatezza; Chianti Classico 2011 di Cigliano, dotato di grande freschezza nonostante l’annata calda, ottima beva, corpo fine e acidità ben misurata, un vino da bere con gioia in compagnia di persone che ci fanno stare bene. Altre bottiglie sicuramente da segnalare sono il 2012 di Istine, ancora giovane e scalpitante soprattutto per quanto concerne l’acidità che avrà bisogno di equilibrarsi, ma sicuramente avrà tanto da dire in futuro, così come il 2012 di Querciabella, probabilmente uno dei più begli assaggi per quanto riguarda l’annata, un vino fresco e delicato che profuma di rosa e lascia intravedere un futuro sontuoso

 

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E arriviamo infine ai campioni della degustazione fiorentina, ai tre assaggi che hanno maggiormente sollecitato le mie papille gustative, lasciandole appagate quanto desiderose di approfondire la conoscenza. La prima etichetta del terzetto di testa è sicuramente il Chianti Classico 2011 di Riecine: bello, floreale, ricco, profondo, quasi borgognone in alcune sue sfumature, sicuramente ricchissimo. Stessa annata anche per il Monteraponi, che in quest’occasione conquista decisamente di più col vino di “base” piuttosto che con le riserve sfoggiando un naso entusiasmante di fiori e frutti ed una bocca dal raro equilibrio che non tradisce affatto la carica dell’annata ma anzi ne imbriglia la potenza in una stoffa sontuosa. Gradino più alto del mio personale podio conquistato invece dal Riserva Poggio delle Rose 2009 di Castell’in Villa, un vino che non stento a definire coinvolgente, ricco di eleganza, fresca persistenza, con un naso di eleganti fiori in pot pourri e frutta matura tutta da mordere

 

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Come sempre un evento interessante e istruttivo quello che si è svolto alla Stazione Leopolda, con tanti spunti da approfondire, peccato solo non avere avuto più tempo a disposizione

Foto scattate col cellulare, mi scuso per la bassa qualità delle immagini

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Articolo scritto e redatto da Federico Malgarini | Tutti i diritti sono riservati