Nella vita bisogna essere curiosi. È la curiosità che ci spinge a fare esperienze nuove, ad ampliare la nostra visione e di conseguenza ad acquisire nuove conoscenze e, in definitiva, a crescere. La mia curiosità vinicola ultimamente si sta orientando verso l’estero. Finora mi sono focalizzato sulla produzione italiana, consapevole del fatto che il nostro panorama produttivo è talmente vasto che sarebbe stato un peccato dispiegare le vele verso lidi stranieri senza aver prima cercato di comprendere appieno la madrepatria. Naturalmente il primo Paese sul quale la curiosità di un enofilo si sposta al di fuori dell’Italia è la Francia, altro sconfinato oceano di bellezze enologiche che necessiterebbero di un’altra vita per essere scoperte a dovere

 

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Ma oltre alla Francia un territorio che mi attira magneticamente per le caratteristiche uniche che riesce ad imprimere ai propri vini è l’Austria, di cui ho bevuto poco, ma quel poco mi ha lasciato sempre piacevolmente impressionato, anche sul fronte rossi come avvenuto nell’edizione passata delle Blauburgundertage. Quindi appena ho visto che al Merano Wine Festival 2013 era in programma una bellissima degustazione verticale dei Grüner Veltliner di Emmerich Knoll non potevo di certo farmela sfuggire. Un viaggio avvincente attraverso i decenni per andare a sondare l’intima natura di un vino simbolo della produzione austriaca più vera, sulla riva sinistra del Danubio

 

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La cantina di Emmerich Knoll sorge infatti a Unterloiben, nel cuore della regione viticola della Wachau storicamente la culla della viticoltura austriaca e oggi patrimonio dell’UNESCO. Vigneti terrazzati su versanti molti ripidi che godono di una bellissima esposizione e usufruiscono dei freschi effluvi risalenti dal grande fiume blu. La Loibnerhof Knoll conta oggi su 15 ettari ubicati in alcune delle particelle più vocate dell’intero areale e piantati in maniera paritetica a Riesling e Grüner Veltliner con una quota residuale, circa il 5%, riservato ad altri vitigni. Emmerich II, che oggi dirige l’azienda agricola, è un signore pacato, dai modi garbati e dal portamento che non vuole stupire al primo impatto, quanto comunicare un senso di sicurezza e centratura, competenza e franchezza. E i suoi vini non potrebbero riprodurre meglio il loro fautore

 

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Prima di addentrarci nelle note di degustazione merita qualche riga di approfondimento la classificazione dei vini operata in Austria, e più in particolare nella Wachau. Difatti dal 1983 un gruppo di produttori della zona decise di riunirsi sotto l’effige del neonato “Vinea Wachau Nobilis Districtus”, per gli amici Vinea Wachau, condividendo un codice di produzione, di valori ed una classificazione particolare per i propri vini bianchi. Da allora i bianchi della Wachau si dividono in Steinfeder (con grado alcolico fino a 11,5°), Federspiel (fra 11,5° e 12,5°) e Smaragd (solo per i vini da uve che hanno raggiunto il miglior grado di maturità e che vantano un contenuto alcolico superiore ai 12,5°). Una classificazione tipica di zone nordiche in cui le uve faticano a maturare completamente e quindi è d’uopo distinguere i prodotti migliori, ottenuti solamente dai versanti più soleggiati, da quelli che invece non sono riusciti ad esprimere appieno il proprio potenziale

 

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In degustazione ci sono 10 annate di Grüner Veltliner, alcune del vigneto Loibenberg ed altre dello Schütt. Il primo è un vigneto abbastanza alto (fra i 240 ed i 350 metri slm), principalmente su loess ed esposto pienamente a sud. Per essendo superiore in quota garantisce una migliore maturazione delle uve grazie all’esposizione a mezzogiorno pieno, dando quindi vini più di corpo. Lo Schütt invece è esposto verso Ovest / Sud Ovest ed è il vigneto subito sotto al Loibenberg, è una vigna più fresca e ventilata da cui in genere si producono vini più delicati e freschi. I primi due assaggi sono entrambi del 2012 e servono ad iniziare a farsi una piccola mappa mentale, a mettere dei paletti. Sono infatti due espressioni diverse del Loibenberg: Federspiel e Smaragd. Il primo, quindi, meno maturo e con contenuto alcolico più basso trasmette note di grande freschezza quali la pesca bianca  e l’eucalipto. Lo Smaragd, invece viene da una particella su gneiss ed ha naso più affilato, erbaceo e verticale, in bocca invece è più grasso e persistente

 

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Il racconto di tutte le annate in degustazione rischia di essere lungo e intricato, quindi mi limiterò a parlare di quelle bottiglie che hanno rappresentato per me, ma fortunatamente era un’impressione condivisa, delle vere e proprie rivelazioni. La prima è la 2008 Smaragd del cru Loibenberg il cui naso è perfetta commistione di delicata potenza e sonora finezza, con una leggera introduzione di terziari. La bocca inizia ad assumere la configurazione della maturità, col miele balsamico che conquista un posto di rilievo assorbendo poco a poco l’acidità importante dell’annata

 

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Il 1997 Smaragd, cru Schütt è la naturale evoluzione del 2008, un vino di incredibile eleganza , con una terziarizzazione più spinta che introduce al naso note delicatamente eteree che poi transitano su altre più di calore tropicale, ananas e mango. In bocca rivela ancora una grande giovinezza tradita dalla presenza della frutta gialla che non accetta il passare del tempo e permane ancora risoluta alla fine dell’assaggio. La vibrazione più forte, però, la trasmette di sicuro il 1991 Smaragd cru Loibenberg, figlio di un’annata fredda che forse proprio per questo è riuscito ad attraversare gli anni (più di venti, mica bruscolini) con l’incedere fiero e sicuro di chi sa già che lo aspetta una vita lunga e lastricata di successi. Stupisce il naso, con la sua fresca gioventù dove si ritrovano le note balsamiche dei vini più recenti, in bocca è un’esplosione, è la quintessenza dell’equilibrio, è la consapevolezza di stare gustando un vino senza tempo. È emozione

 

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Degustazione preziosa, intrigante ed educativa, capace di trasmettere emozioni prima che concetti, immagini oltre che parole finanche visioni che trasportano il fortunato degustatore sulle colline che vengono docilmente accarezzate dal Danubio, eternamente immote, assolutamente uniche

 

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Articolo scritto e redatto da Federico Malgarini | Tutti i diritti sono riservati