Ho letto la notizia della cabina telefonica dove è possibile lasciare un messaggio a una persona cara che non c’è più. Ho letto la notizia, ma non mi sono avventurata nell’ascolto ne tantomeno nella lettura, delle lettere che prima di questa che sto scrivendo sono state deposte in questo spazio che fa da ponte fra tecnologia e storia. Non ho voluto addentrarmi per un semplice motivo: avrei pianto e non poco. Avrei pianto di storie che nemmeno conosco, che non ho mai condiviso, ma che sarebbero bastate per aprire una voragine che mi porto dentro da tantissimo tempo. Una voragine che, a volte, penso sia sopita, ma che, in realtà, è sempre lì, latente e presente. E così eccomi qui a scrivere queste parole, in una sera silenziosa in cui la mia mente vola e arriva a lei, la mia nonna materna: nonna Rosa. 

Ho perso i miei nonni troppo presto, decisamente troppo presto. In un anno e mezzo ho perduto tre persone fondamentali nella mia vita, coloro che hanno visto crescere i miei genitori e custodito i loro ricordi di fanciullezza. Perdendo loro mentre frequentavo le scuole medie, ho perduto la possibilità di conoscerli davvero, come esseri umani al di là del loro ruolo all’interno della famiglia. La mia giovinezza, la mia età così acerba, non mi ha fatto comprendere in tempo quanto grande fosse il dono dell’averli vicino a me e della possibilità di intessere con loro un rapporto, che non passasse necessariamente dei miei genitori. Purtroppo quando si è molto giovani, si pensa di avere tutto il tempo che si desidera, tutto quello di cui si avrà necessità, ma la vita, molto spesso, ci pone di fronte a una realtà ben diversa. E così li ho persi, in poco tempo, tutti e tre. 

Ma forse per attitudine, forse per carattere, forse per una sensazione insita dentro di me, sento che il vuoto più grande lo ha lasciato nonna Rosa.

Nata nel 1909, ha avuto una vita molto difficile fra i bombardamenti su Torino, la perdita di alcuni fratelli, la necessità di rimboccarsi le maniche in fretta e di diventare grande molto prima del tempo. Ma, nonostante le difficoltà che hanno sempre fatto capolino nella sua quotidianità, la ricordo come una persona serena, sorridente, una di quelle poche persone che aveva sempre la capacità di tirare fuori il meglio dagli altri. Certo, come tutti, aveva le sue opinioni ma le porgeva in maniera garbata, in ascolto verso le esigenze degli altri, cercando di non gravare su chi le stava intorno ma anzi cercando, nonostante l’età e le difficoltà, di ricoprire un ruolo positivo all’interno della famiglia. 

In questi anni l’ho pensata spesso, molto più spesso di quanto mi sarei immaginata. Perché alla fine, quando nonna Rosa è scomparsa, non avevamo ancora costruito abbastanza, ma quel poco che avevano seminato me l’ha fatta rimanere dentro. Come se i piccoli semini piantati insieme fossero arrivati dritti alle radici del mio cuore e lì si fossero instaurati. Mi è mancata innumerevoli volte in questi lunghi anni, nelle occasioni in cui bisogna imparare a comportarsi, bisogna imparare a capire e a comprendere le esigenze degli altri, bisogna scendere a patti tra doveri, oneri e aspettative. L’ho pensata nei momenti difficili, quelli nei quali avrei avuto bisogno di una spalla, ma non volevo dar pensieri ai miei genitori. L’ho pensata quando sono riuscita a raggiungere i traguardi che mi ero prefissata. L’ho pensata all’uscita dell’esame della patente, alla discussione della laurea, quando ho indossato la corona di alloro sulla testa per la seconda volta, quando sono riuscita a creare qualcosa di mio e quando ho rinunciato a qualcosa per una vita migliore. L’ho pensata quando mi ripetevo che la felicità è un’altra cosa.  L’ho pensata quando ho incontrato Alessandro e avrei voluto raccontarle del momento in cui ho capito dell’amore ci cui mi parlava lei per quell’uomo che purtroppo io non ho mai avuto la fortuna di conoscere. L’ho pensata nelle difficoltà della gravidanza e nel momento in cui ho visto per la prima volta gli occhi delle mie bambine. L’ho pensata innumerevoli volte nella quotidianità, ma soprattutto la penso adesso quando vedo una delle mie bambine che mi somiglia caratterialmente più di quanto avrei mai potuto immaginare e mi piacerebbe sedermi vicino a lei e raccontarle di quante emozioni questo mi procuri. Ma purtroppo, la vita toglie senza preavviso, senza darci la possibilità di comprendere quanto valore abbia il tempo che abbiamo a disposizione, tempo che pensiamo illimitato ma che, in realtà, è regolato da una data di scadenza. 

Non lo so se credo in Dio, non lo so perché vedo tante di quelle cose terribili e dolorose nella quotidianità che non riesco a spiegarmele. Ho scelto la scienza tanti anni fa e mi sono laureata studiando materie che non hanno nulla di lasciato al caso, che vivono di regole e algoritmi, di precise metriche e di concretezza misurabile. E quindi non lo so se riesco a credere in Dio, ma ogni volta che penso a nonna Rosa credo che lei faccia altrettanto o forse, ancora meglio, che lei mi vede da dove è, si accenda una sigaretta che con tanto ardore le proibivamo e mi sorrida, come a dirmi “Guarda che io so tutto, non c’è bisogno che mi racconti le cose: io le vedo”. Me la immagino così, seduta vicino all’amore della sua vita con sullo sfondo il mare, come in quella foto in bianco e nero che ha tenuto sul comò per tutta la vita e davanti alla quale metteva una sola e unica rosa, sempre fresca, sempre nuova. Me la immagino così, e così la porto sempre con me, senza tanti giri di parole, solo una sostanza impalpabile che mi accompagna, come fosse aria, ma aria profumata di rosa. 

A proposito dell'autore

Girl. Mamma di Gaia&Giada. Ingegnere. Travel addicted. Nata al mare ed incastrata in città. Credo nel web, nella valigia sempre pronta, nell'essere parte di un team e nella qualità del lavoro. Dirigo un magazine online con una redazione di 30 autori ed insegno ciò che ha fatto diventare la mia passione un lavoro.

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