29/02/2020.

Oggi siamo andati al mare. Sulla via del ritorno, fra le nuvole basse e la pioggia fine mi sono scese le prime lacrime. Ho perso me stessa.

Quella che al primo pensiero inforcava la macchina e percorreva i 180 chilometri che la separavano dal mare, parcheggiava a ridosso del porticciolo, faceva due passi nel porto fino ai moli galleggianti e si sedeva li, a pensare. A riflettere e trovare la soluzione. A ripetersi la lezione dell’esame o a fare quella telefonata difficile. Stavo li, per la maggior parte del tempo da sola. Stavo li con me stessa, avvolta da quel rumore unico dei porticcioli piccoli dove senti i gabbiani, le onde, le barche e i pescatori che sistemano le reti. Quegli spazi piccoli così familiari, dove ti senti protetto anche dal vento forte. Dove puoi spegnere il cervello ed accendere il cuore, senza paura di bruciarti o di soffrire.

Perché li, lì intorno a me c’erano solo elementi semplici, simbolo di una vita che avrei potuto scegliere ma che ho preferito tenere accanto solo nella memoria più profonda. Quella memoria che oggi si è spalancata come se il vento l’avesse presa alla sprovvista. Fra i sassolini e il mare d’inverno, fra le saracinesche abbassate e il fischio del treno a pochi metri, fra le tante me che sgomitano per farsi sentire, lì ho sentito di aver perso me stessa. Quella me di cui sono sempre andata fiera perché risultato di tanti sbagli e apprendimenti, di discese ma sopratutto salite.

Persa. Letteralmente e profondamente nei miei anfratti. Sepolta dai doveri, le aspettative e i carichi mentali. Come se tutto arrivasse prima di me, avesse più bisogno e merito di me. Annullata per priorità molteplici, e dimenticata.

E oggi come risorta. Come se mi avesse bussato piano al cuore per dirmi “ehi, guarda che sei sempre tu, hai solo prodotto una serie di strati a protezione e sostegno”. Probabilmente diventare grandi è proprio questo: imparare a affrontare il mondo con una corazza più robusta, più spessa; fatta di responsabilità, di scelte, di decisioni, di bivi intrapresi, di sogni accantonati, di vibrazioni nascoste nel fondo di cassetti che hai chiuso. Forse è perdere la freschezza e la leggerezza, a favore di un disegno più ampio, nel quale ti sembra di aver perso te stesso.

La realtà mi è poi balenata davanti agli occhi poco dopo. La mia famiglia intorno a me, in auto. Il silenzio della strada, il sorriso di Alessandro, la nanna dolcissima delle bimbe sui sedili posteriori. Quel paesaggio così familiare che passava davanti a me attraverso il finestrino, come un film già visto mille volte. La città in lontananza che ci aspettava.

Non ho perso me stessa. Mi sono evoluta con la vita che ho scelto, per la quale ho lottato tanto, quella stessa vita che sognavo per me durante quegli innumerevoli viaggi in auto da sola. Nessuno potrà mai togliermi ciò che ero, non potrò mai perderlo, perché quello che ero è la base di quello che sono oggi.

A proposito dell'autore

Girl. Mamma di Gaia&Giada. Ingegnere. Travel addicted. Nata al mare ed incastrata in città. Credo nel web, nella valigia sempre pronta, nell'essere parte di un team e nella qualità del lavoro. Dirigo un magazine online con una redazione di 30 autori ed insegno ciò che ha fatto diventare la mia passione un lavoro.

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